Per un musicista la vita a Livorno non è facile: si ha che fare con una specie d'ignoranza proverbiale. L'apparente anelito verso una moderna sensibilità e una moderna libertà di pensiero, visibile per le strade, nelle facce, sui muri nasconde un'arida provincia che porta il suo bravo carico di moderni disagi dovuti innanzi tutto ad una perenne crisi d'identità culturale, poi a un gravissimo accentramento della gestione delle cose culturali nelle mani delle stesse persone da decenni.

Tutto ciò affonda le radici, in parte, nella profonda delusione che i toscani e i livornesi subirono dopo i sogni e le battaglie del Risorgimento. Una specie di azzeramento della speranza che causò tra l'altro un certo cinismo esistenziale che dura ancor'oggi. Una sorta di rassegnazione.

E' la mentalità del livornese medio di oggi, che tiene a una facciata "di sinistra" ma che nella realtà delle scelte quotidiane sposa tristemente e perfettamente il "pensiero unico" globale. La cultura livornese reale, quotidiana, diffusa, non ha - e ha avuto solo raramente - aspetti propri delle culture libertarie, progressiste, illuminate; aborrisce la conoscenza, il rispetto per le diversità, così tanto urlato come lato fondante del carattere cittadino, anche qui solo apparente; evita il progresso reale delle arti, lo teme, nella realtà; è ancorata a valori comportamentali, culturali, linguistici, estetici e filosofici bigotti e monolitici, propri, semmai, del modello culturale del ventennio fascista, aggiornati seguendo i modelli del post-capitalismo internazionale più bieco, basato su interessi di bottega armonizzati corporativisticamente e secondo i recenti modelli del "pensiero unico" caciaroso, volgare, massificante: a Livorno regna il trioiaio. Nostalgico ma non rispettoso della tradizione, avanguardista da sabato sera, il livornese medio pratica la città come un cane rabbioso, scacazzando ovunque, al di là del ceto sociale a cui appartiene, dell'età e del bagaglio pseudoculturale, evitando ogni reale confronto, ogni reale stimolo, ogni reale messa in crisi, ogni sincero respiro di libertà. 

Alla fine dell'800 l' Italia era fatta; "era libera e unita, ma non lieta e nobile" (Fattori). Fattori si lamenta più volte del nuovo Stato che, ad esempio, gli impose vincoli didattici e logistici, nella sua attività presso l'Accademia di Firenze. Simile in questo agli impressionisti, si riteneva un anti-accademico per eccellenza, e si trova a rimpiangere il Granducato. che lo lasciava libero di offrire gratuitamente il suo insegnamento agli allievi e manteneva gli allievi più poveri e meritevoli, lo lasciava libero nell'organizzazione delle lezioni rispondendo così paradossalmente più del nuovo Stato allo spirito toscano, libertario nell'anima. Così inizia il declino della Livorno dei teatri, del bel mondo, della musica, della modernità fresca e eccitante. La Livorno del '700-'800 e quella del '900 sono 2 città appartententi a due pianeti diversi.

Fattori si diceva ignorante, in aperta polemica col nuovo accademismo, e triste. Ma non ignorante dell'ignoranza del livornese di oggi; ignorante di un'ignoranza che derivava dal rifiuto del cambiamento. Altro che ignorante: come tutti gli artisti toscani, avvezzi a glorie secolari, nella musica (non si dimentichi che due dei componenti del primo Quartetto d'archi della storia erano livornesi! [1] ), nell' urbanistica, nelle arti in genere e nella scienza, egli era nobile di per sé; eppure ebbe a dire "solo l'arte stavami addosso senza saperlo, né ancora lo so.".

Romantico; osservatore, cosciente, consapevole e quindi tutto meno che ignorante. Ma deciso ad incarnare completamente lo spirito del suo tempo e della sua gente, fino a sentire l'azzeramento della speranza e il rifiuto del nuovo, come quelle nonne livornesi che ancora oggi chiamano "franchi" le lire, o "tirabusciòn" il cavatappi, o "bugìa" la candela.. Non c'è più la luce, amici, e io sono cieco.

Non comprese, anzi, combatté apertamente l'impressionismo francese. Ma noi jazzisti siamo figli di quel movimento, il jazz è figlio di Debussy non meno che di Jelly Roll! Come possiamo, allora, noi che abbiamo rotto la gerarchia delle forme e delle tonalità, noi che abbiamo iniziato la lunga strada verso l'inconscio della musica, con l'impressionismo, insieme ai nostri compagni di viaggio, nella Parigi di Debussy, nella Boston di Allan Poe, nella Vienna di Freud, mentre qui il nulla iniziava la strada verso l'appiattimento fascista, noi che ci esprimiamo con linguaggi del terzo millennio, amare un pittore livornese ignorante, provinciale per scelta, sincronico risonante ma inconsapevole di un movimento europeo multiforme e immenso che egli ignorava e malediva? Perché se ciò che accadeva fuori qui è accaduto solo marginalmente, allora vogliamo cantare la fioca luce che ci ha reso quasi ciechi.

Fattori.

Suoi allievi, Ghiglia, Nomellini non videro il buio (che non significa automaticamente vedere la luce) guardando oltre le alpi. "Calipso" di Nomellini testimonia l'amore per i miti greci e per le culture orientali che proprio con il movimento musicale impressionista francese si affacciavano nei grandi circuiti europei, sollecitati, come da degli apripista, da Wagner e i russi.

Così La Mer, poema sinfonico debussyano, ispirato da quadri dei giapponesi K.Hokusai e A.Hiroshige, e il "fotogramma" famoso ritratto da Hokusai, l'onda che sembra inghiottire la barca di giunco del pescatore al largo, contribuisce a proiettare l'arte mondiale in una via senza ritorno verso l'interno dell'uomo. Ai macchiaioli accadeva la stessa cosa, senza colonne sonore, né fama, né onori. Eppure anche a Livorno le onde sollevavano i pescatori. Questa era in fondo la differenza fra gli impressionisti e i macchiaioli: i macchiaioli non avevano speranza. E avevano ragione.

Fattori ignorava. Fu premiato a Parigi esattamente durante quell'Esposizione Mondiale del 1889 in cui, accanto alla Torre Eiffel che Rodari così bene descrive essere l'illusione babelica industriale, Debussy, ascoltando la musica giavanese, cinese, polinesiana, fondò l'impressionismo musicale.Fattori tornò alla su' Livorno per niente toccato. Debussy, a pochi passi da lui, invece, cambiò la musica per sempre. Forse perché Fattori conosceva già il mondo, perché la Toscana da sempre è un mondo in miniatura? (Chi non vede ne "Lo Staffato" l'indimenticabile pellirossa trascinato dal suo cavallo nell'inseguimento di Ombre Rosse? E John Ford sembra aver trovato più di uno spunto nella maremma dei macchiaioli) Presunzione comprensibile per un toscano, la cui cultura ha ispirato il mondo intero ben prima di quella americana.

Puccini no, lui con il gruppo dei "Cinque della Bohème" (un "gruppo dei cinque" - alcuni allievi di Fattori - che è lecito accostare idealmente ai "cinque" russi anch'essi legati alle arti figurative [2] ) si lanciò oltre le Alpi, amò - non corrisposto - Debussy, e dette nuova vita al cuore toscano. Amò, come in parte Mascagni, modi e scale pentatoniche, strumentazione orientale, miti e costumi extraeuropei: e il mercato di Ulvi Liegi echeggia certamente di suoni poco toscani in senso stretto. Ma, poi, nel complesso, Livorno rimase in coda ai movimenti europei. Così l'ignoranza, o il non voler sapere, così Fattori e il suo provinciale e dolcissimo dipingere senza sapere.

Andrea Pellegrini Constantini

Spiaggia con mare tempestoso'' detto ''Libecciata'' (particolare), Firenze, Galleria d'Arte Moderna, da ''L'opera completa di Fattori'', Rizzoli, Milano 1970''.