Andrea Pellegrini

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Portovenere

 

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Andrea Pellegrini, Mirabolanti avventure di un jazzista


"Geniale!" (Enrico Rava)

Livorno, Erasmo, 2014 ISBN 978-88-98598-13-7 Pagine 87

(+ Cd Modigliani - Il tratto, l'Africa e perdersi, Erasmo Edizioni - Il Poderino della Gioiosa, con Quintetto di Livorno, Tino Tracanna sax, Tony Cattano trombone, Andrea Pellegrini pianoforte, Nino Pellegrini contrabbasso, Michele Vannucci batteria. Musica di Andrea Pellegrini ispirata ai quadri e alla figura di Amedeo Modigliani)

 

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©    Andrea Pellegrini, Erasmo Edizioni, Livorno

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Non ho mai fatto davvero i bagordi, non sopporto le sbornie, non amo la confusione, anzi, la temo. Così quella sera (sono passati 33 anni) non credo di avere esagerato né con il vino né con chissà cosa. Ero innamorato, questo sì, ma io mi innamoro ogni 5 giorni da quando avevo 4 anni, di bauli, vicoli, amici, spigoli, ringhiere, del Cd di Tino, Punctus, con Pierre Favre, del suono dell'oboe di Paul, del carattere di Bruno, di mani, di occhi… Fatto sta che al risveglio sentii che l’anno nuovo portava cose terribili. Sulla scrivania, il foglio del rinvio dal servizio militare che avrei dovuto far timbrare alla segreteria del liceoentro il giorno prima. Dimenticato. Devo partire soldato. Incredibile.

Non è possibile, ho 18 anni! Non so niente, non ho fatto niente, cosa c’entro io con la difesa della Patria? Pusillanimi, deficienti a pile, budiuli a colori, cosa diavolo perdete tempo con i discorsi quando qui i ragazzi vanno a sparare a 18 anni? Chiamai l’ufficio della Capitaneria di Porto, studenti in legge e assessori. Ero in quarta liceo! Come potevo sparare? Ma siamo in Italia: niente: il 1 agosto del 1982, timido come uno spiffero, spaventato e arrabbiato con me stesso mi presentai, magro come un passerotto, alla caserma di La Spezia, solo come un cane, orfano di un babbo assente come non mai. Avevo dimenticato, mi ero dimenticato di me. Mi capita spesso, che imbecille.

 

Si dice che da Milano il mare non si vede. Non si vede. Ma Stefano Corti amava il mare, o meglio, quello che gli raccontavano del mare perché non l’aveva mai visto. Era di leva di terra, 12 mesi, ma chiese e ottenne di passare alla leva di mare, 18 mesi, per poter vedere il mare perché, com’è noto, da Milano il mare non si vede. Arrivò a La Spezia il 1 agosto 1982. Era convinto, non aveva dubbi, voleva farlo eppure ebbe paura.

Non so cosa diavolo avesse La Spezia. Una città grigina, un dialetto che mi parve inascoltabile. Erano tutti soldati, stavo per scrivere marinai ma ben altro sono i marinai. Notizie terrificanti arrivavano intanto dal mio stomaco, dai miei polmoni, soffrivo tutto, stavo male, avevo paura, mi sentivo solo e umiliato perché lo ero, erano tutti fascisti, maschilisti, stupidi, violenti. Nel luglio 1982, il mese prima, un giovane marinaio livornese di leva era stato violentato non da uno ma da diversi compagni esattamente nella camera (il “camerone”, per dirla con il loro linguaggio da orchetti di Mordor) in cui dormivo io e si era suicidato per la vergogna buttandosi dalla mia finestra, ne parlarono i giornali ovviamente solo per qualche giorno perché nelle città di sinistra anche parlar male dell’esercito non sta bene.

Avevo paura e stavolta avevo ragione di averla perché i soldati fanno paura, sono pagati per farlo. Anche Stefano aveva paura, così facemmo amicizia. Prendemmo a passare un po’ del poco tempo libero a Portovenere, che sta a La Spezia come la mozzarella sta al cinese medievale. Cenavamo in una pizzeria dove c’era una cameriera dagli occhi neri fantastici o, se avevamo due soldi in più, in un ristorante di pesce sul molo davanti alla Palmaria, un’isola scura e inquietante ma pur sempre un’isola, un sogno. Un mese dopo, finito l’addestramento, Stefano lo spedirono in Libano in guerra, a bordo della Caio Duilio. Volontario. A forza.

Non torna, vero? Eppure io li ho visti. Io li ho visti, ingegneri con fior di lauree piangere come bambini perché arruolati come volontari a forza nel BSM, il Battaglione San Marco, li ho visti calabresi poveracci mangiare con le mani gli spaghetti perché non sapevano usare la forchetta e presi in giro dai fascisti, ho visto il livornese che lavora da Ardes, il magazzino in Corso Mazzini, che si cospargeva le braccia con il gas delle bombolette da campeggio per non sentire il dolore e se le faceva troncare nelle ringhiere delle scale dai compagni per poter andare in infermeria perché meglio con le braccia rotte ma fuori da lì che lì dentro sano, e sottufficiali maiali rubare tutto il rubabile, dai mobili al cibo, a La Spezia, e a Livorno in Accademia, li ho visti e il giorno dopo il congedo ho bruciato la mia divisa da lavoro infilata in una scopa davanti al cancello sul viale Italia e lo rifarei. Stefano non si aspettava, non sapeva, non immaginava e ora era sulla Caio Duilio, da farselo venire a noia il mare, altro che da Milano non si vede il mare.

La sera del 30 agosto 1982 andammo a cena a Portovenere per salutarci. Ma l’amicizia è una terra dalla quale non si torna. Ci dicemmo che era importante. Che non ci avrebbero vinto, che ti vogliono semplicemente insegnare a vivere come la società poi ti costringerà a vivere cioè normalmente, che avremmo vinto noi e che avremmo fatto della nostra vita un’opera d’arte credendo nella libertà e nell’uguaglianza, quelle due cose che i politici di destra e di sinistra considerano inconciliabili e che gli storici considerano le fondamenta dei pensieri di destra e di sinistra dopo la rivoluzione francese e che noi invece sentivamo conciliabili perché noi le sentivamo, i politici le pensano e basta, e dicemmo: qualsiasi cosa succeda, fra 17 mesi, il 31 gennaio 1984, ci rivedremo qui. Nel mezzo, il Libano cioè la guerra per Stefano, l’alienazione e l’umiliazione quotidiana per me per 17 mesi in cui non ho alcuna notizia di Stefano, niente di niente per 17 mesi.

Il 31 gennaio 1984 prendo l’R4 rossa di papà (papà ha avuto solo R4: una blu col cambio a tre marce a palla, una grigia argentata, fantastica, perché per la prima volta aveva anche i finestrini dietro che si potevano aprire, e due rosse), saluto mamma che non capisce, schizzo a Portovenere rimbalzando a ogni curva come fa l’R4, che si smonta tutta con una chiave del 10 e una del 13, e io lo avevo imparato, arrivo nel pomeriggio. Stefano è già a sedere. Ordiniamo due orate, ci abbracciamo.

 

Nel 1993 ho scritto Portovenere come introduzione a Estate di Bruno Martino, poi è diventato un pezzo a se stante. E’ un lungo tema di 44 battute come Zephyr degli Oregon, in la minore come Zephyr, inizia con il mi come Zephyr. Paul la suona bene come suona Zephyr. Piacque a Paolo Fresu a Siena, mi ricordo; piace a tutti, la suona un sacco di gente. Marco Cattani l'ha inserita nel suo bel Cd Le Città Invisibili. Per forza, piace perché è scritta nella migliore condizione mentale per un musicista cioè sognando la libertà, la possibilità. L'ho inciso in 3 dischi, suonato con Paul McCandless, Tino Tracanna, mio fratello, un sacco di miei amici, lo suona Paul in tour negli Usa con Art Lande. E’ un brano che descrive il dolore della perdita della libertà e l’amore per la libertà ed è dedicato a mio figlio Francesco, da “franco”, libero, perché mai e poi mai devi accettare che ti tolgano la libertà, piuttosto un rene, e se la perdi, canta!

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